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Intervista ad Asia Trambaioli



Asia Trambaioli, studentessa di Scienze Politiche a Bologna e Vice Sindaco del comune di Gaiba.
Uno tra i più radicati luoghi comuni sulle nuove generazioni, è quello che le dipinge essere distanti dal mondo della politica. Asia, invece, va a scardinare questo luogo comune in quanto è impegnata non solo nel mondo della politica, ma riesce anche a stabilire un’interazione maggiore e diretta con il “pubblico” della sua età. Un vero esempio da seguire. 



Asia Trambaioli, 22 anni e da poco più di un anno ricopri l’importante ruolo di vicesindaco del comune di Gaiba. Posso definirti essere stata una “dominatrice” incontrastata delle elezioni comunali del 2019 nel tuo comune. Come è iniziato il tuo impegno civico?
Dominatrice incontrastata fu anche il titolo di un articolo di giornale uscito lo scorso anno, riferito all’elevato e inaspettato numero di preferenze che presi alle elezioni amministrative, e che con questa domanda mi fai allegramente ricordare. Mi chiedi però di fare un passo indietro, cosa che non amo molto fare in generale, ma se si tratta, come in questo caso, di parlare della mia esperienza, seppur per ora breve, lo faccio con piacere.
Verso la fine del periodo adolescenziale che ho sempre considerato e considero tuttora piacevolmente spensierato, poiché maggiormente focalizzato su una irrefrenabile voglia di scoprire il mondo, ma anche e soprattutto pedante e nebbioso, poiché proprio per il suo essere spensierato non ci fa interrogare a sufficienza su ciò che vogliamo fare da adulti, inizio a delineare un percorso, proiettato al futuro, che potesse essere utile alla mia crescita personale, soprattutto cercando di farmi amica di quei piccoli “fiori” che sento nascere dentro me, quali gli interessi, gli obiettivi e le ambizioni, e che scelgo e decido poi di voler coltivare e far sbocciare. Uno di questi, dopo lo sport, è l’impegno civico e l’interesse per l’ambito politico che inizio a maturare in terza Liceo, a 15 anni e mezzo, a seguito di molteplici discorsi stimolanti ed intrapresi, su entrambi gli ambiti, con un mio compagno di classe, all’epoca già attivo in ambito politico e sociale, sentendo da subito svilupparsi in me una forte curiosità e un prorompente desiderio di approfondire il mio tenue sapere. Inizio, da quel momento in poi, a partecipare a riunioni e incontri politici, ad aprire gli occhi su ciò che mi circonda, a cercare di sapere e soprattutto capire più cose possibili. Ad imparare “come se dovessi vivere per sempre”, come disse Ghandi. Spinta dal voler intraprendere un percorso anche politico, poi, inizio a impegnarmi in un partito all’età di 18 anni, ad appassionarmi di conseguenza alla cosiddetta ‘cosa pubblica’, e arrivo infine, lo scorso anno, ad avere la possibilità di affrontare questa entusiasmante esperienza amministrativa da vicesindaco nel mio piccolo Comune, Gaiba, all’età di 21 anni: un percorso che mi sta crescendo responsabilmente e dando modo di occuparmi e prendermi cura di una piccola parte del nostro immenso universo.

Oltre a ricoprire il ruolo di vicesindaco, frequenti l’università e sei anche collaboratrice pubblicista del giornale La Voce di Rovigo. Cosa consiglieresti ai giovani che come te si trovano a dover far conciliare il lavoro, gli impegni istituzionali e lo studio?
Anzitutto consiglio di prendere abbondanti vitamine e sali minerali. Scherzi a parte: premetto che non sono mai stata di indole una persona multitasking o alacre. Ho sempre preferito, infatti, occuparmi di pochi contesti per gestirli al meglio perché così mi hanno sempre insegnato e perché così mi sentivo di fare fino a qualche anno fa. Anzi, ho sempre ammirato chi, prima che iniziassi anch’io a fare lo stesso, è sempre riuscito a conciliare più settori d’interesse contemporaneamente. “Ma come fa?” Pensavo. Poi, crescendo sempre un po’ di più, subentrano nel mio percorso di crescita tutte quelle energie e occasioni che difficilmente riesco a tenere a freno, e che fino ad ora si sono diramate in molti ambiti: specialmente in quello politico/amministrativo, nell’impegno civico e sociale, poi nello sport, nella scrittura, nei viaggi. Da qui inizio a comprendere che è possibile gestire al meglio anche più contesti e avere più obiettivi contemporaneamente, l’importante è dare ad essi il proporzionato spazio e tempo. Sicuramente collimare tutti i miei impegni non è semplice, specie perché in alcuni momenti risulta necessario prendermi qualche breve pausa per ricaricarmi. Sono convinta, tuttavia, che questo non riguardi solo me; alle volte anche solo un impegno può risultare fisicamente e psicologicamente dispendioso alla pari di dieci. Per questo non mi sento di certo una fuoriclasse ad occuparmi di più cose alla volta, e nemmeno aspiro ad esserlo. Semplicemente non amo stare con le mani in mano, preferisco non avere tempo libero che averlo e non sapere dove investirlo. Si presentano anche a me i giorni snervanti, ovviamente, e alle volte come un sasso sulle spalle di una formica, durante i quali mi sento veramente in apnea, ma credo però che fondamentale sia affrontare  tutto ciò che ci conquista e soprattutto ci soddisfa, con passione, impegno e determinazione. La fatica rimarrà così solo un ricordo lontano. Detto questo, però, sostengo che fare delle scelte sia sempre auspicabile, come dare precedenza ad alcuni obiettivi rispetto ad altri e come chiedersi quali siano le reali priorità alle quali bisogna guardare con ragionevolezza e razionalità,  ma credo comunque che in ogni caso il tempo non sia padrone degli obiettivi, al contrario della volontà. Basta organizzarsi al meglio e“senza fretta, ma senza sosta”, citando Goethe.

Cosa pensi riguardo ai pregiudizi che spesso sono rivolti ai giovani quando si dice che questi ultimi non siano più interessati non solo al mondo politico, ma anche e soprattutto al mondo del sociale? Da giovane, ai giovani cosa vorresti consigliare loro per far sì che questo pensiero cambi?
Un po’ non li biasimo quei pregiudizi. Quando iniziai a frequentare riunioni politiche e culturali spesso e volentieri ero l’unica under 30 presente in sala. A distanza di sette anni la situazione non è cambiata, e questo mi ha sempre fatto riflettere tanto. È stato persino paradossalmente difficile trovare qualcuno interessato al mondo politico e sociale all’interno del mio stesso corso universitario di Scienze Politiche, durante i primi due anni. Generalmente, comunque, non tendo a fare di tutta un’erba un fascio. Credo che la colpa non vada attribuita solo ai giovani che faticano ad approcciarsi ai contesti sociali e politici, ma che sia doveroso interrogarsi su quale sia il “difetto” di tali contesti sociali e politici che spingono un giovane a rimanergli distante. In molte occasioni mi ritorna in mente un discorso che mi fece un mio professore del Liceo, uno di quelli che lasciano il segno. Mi disse che dobbiamo creare una metafora tra le tortuosità del nostro cammino interiore e una strada oscurata dalla nebbia. In pratica che se in una strada isolata trovo solo nebbia, la quale provoca malessere e poca visibilità, non sarà così per sempre, ma che ci vuole pazienza poiché gradualmente uscirà il sole, si riuscirà ad osservare il cielo,  si udiranno meglio i rumori del traffico e i cinguettii degli uccelli e si coglieranno con stupore i colori dei fiori che stanno per sbocciare sul ciglio. Può non centrare nulla con quello che sto per dire, ma tendo ad attribuire questo ragionamento alla maggior parte delle situazioni che mi si presentano di fronte e che considero poco chiare, tra cui la questione ultima che hai posto: la lontananza dei giovani dai contesti politici e sociali. In questo caso la strada annebbiata è ciò che alle volte rappresenta il contesto politico e le sue tortuose dinamiche interne ma anche quello che può percepire un giovane quando pensa ad essa o cerca di argomentarla con scarsi risultati finendo per odiarla senza uno spirito ragionevolmente e sufficientemente critico e fondato;  la strada col sole rappresenta, invece, ciò che può fare lui per iniziare a considerare la politica ed il sociale sotto un altro aspetto, partendo prima dal conoscerla, o per lo meno interessarsene, e poi dal dare il suo contributo per migliorarla laddove risulti indispensabile: il mettersi in gioco per evitare di sentirsi antagonista, ma protagonista partecipe del cambiamento che tende spesso ad affidare pigramente ad altri con tante, forse troppe, aspettative. In generale, in un momento in cui la politica allontana il giovane e il giovane allontana la politica, risultano fondamentali da un lato degli stimoli, e di certo non dettati da interventi politici per mezzo social o prorompenti campagne elettorali autoritarie, ma da dialoghi e progetti orientati al futuro; dall’altro una maggiore consapevolezza giovanile che per muovere il mondo bisogna prima muovere se stessi, partendo dal volontariato, dall’impegno civico e, perché no, politico.

Sei una giovane donna impegnata in vari ambiti, cosa ne pensi della cosiddetta discriminazione di genere?
La discriminazione di genere è un tallone di Achille che la modernità ha aiutato a diminuire ma in una piccola, piccolissima parte. Persiste tuttora in vari ambiti, specie in quello familiare e lavorativo. Ed è illogico che in una società come la nostra in cui si progredisce nell’ambito tecnologico, economico, scientifico, non si riesca a progredire nell’ambito più importante che è a mio avviso quello umano. Seppur la nostra Carta Costituzionale riconosce pari dignità ad entrambi i generi in ambito sociale e professionale, le indagini sulla disuguaglianza di genere mostrano che poco è cambiato negli ultimi trent’anni per quanto riguarda, ad esempio, la proporzione di lavoratrici con ruoli dirigenziali (solo meno di un terzo sono donne). O ancora, lo svantaggio occupazionale dovuto alla maternità che è in costante aumento. Bastano solo questi due fattori per fare notare che non si stanno adottando strategie efficaci affinché la discriminazione di genere sparisca. Un ruolo fondamentale qui lo gioca l’educazione scolastica, considerata una delle possibili strade per educare le nuove generazioni ad una maggiore valorizzazione delle differenze di genere, ad una riflessione sui ruoli e sugli stereotipi di genere.  Ma questo non basta: occorre anche una forte imposizione politica, con investimenti nella protezione sociale ed economica per il genere femminile, e forti campagne di sensibilizzazione. Senza questi contributi, poco importano gli obiettivi europei con scadenza a breve termine, che si sa non verranno raggiunti.

Cosa ti auguri per il mondo femminile in un futuro prossimo?
Mi auguro più protezione e supporto al mondo femminile, e non per un futuro prossimo ma a partire da adesso. Mi auguro si arrivi a depennare definitivamente tutti quegli stereotipi che considerano le donne figure da mantenere ai margini della società, soprattutto nell’ambito professionale e familiare. Mi auguro che ogni donna impari a fare i conti con una propria autonomia che deve essere conquistata senza che qualcun altro imponga la propria supremazia in qualsiasi contesto. Ed infine mi auguro, e forse in maniera utopistica, che il  25 novembre non sia più la ricorrenza per ricordare le donne vittime di violenza, ma come il giorno in cui si dichiara che nessuna donna è più stata toccata nemmeno con un dito.

Intervista a Gaia Terzulli



Gaia Terzulli, laureata in Lettere classiche e da sempre appassionata di giornalismo. Ha, per motivi di studio, vissuto prima a Padova, poi a Milano e per un anno a Berlino. Ad oggi, frequenta la Scuola di giornalismo Walter Tobagi a Milano per lavorare al suo più grande sogno: diventare una scrittrice. Un vero onore averti intervistata e aver potuto chiacchierare con te delle tue passioni, dei tuoi sogni e dei tuoi obiettivi futuri.

Gaia, sei laureata in Lettere classiche e a oggi frequenti la Scuola di giornalismo Walter Tobagi a Milano. Diventare un’esperta dell’informazione è sempre stato il tuo sogno?
Sì, fin da bambina. Alle elementari, per raccontare un aneddoto, quando ci chiesero di scrivere su un bigliettino cosa volevamo fare da grandi, io scrissi che volevo diventare una scrittrice. Attualmente sono giornalista praticante, ma il mio sogno è quello di scrivere libri. Il mondo del giornalismo è stato sempre la mia prima scelta anche se, prima di arrivarci, ho fatto anche altre esperienze. Per due anni mi sono dedicata all’insegnamento presso una scuola privata di Milano in attesa di accedere al master in giornalismo. Master che concluderò in autunno e che mi permetterà di sostenere l’esame di abilitazione alla professione. Il giornalismo, a mio avviso, è il mestiere che più consente di creare fili diretti con la società e che permette di porre l’attenzione su tutte le varie realtà che gravitano attorno a noi, anche su quelle poco conosciute.

Oltre al giornalismo so che hai una passione per la cultura tedesca. Da dove e quando nasce questo tuo interesse?
Nasce all’epoca dell’università, precisamente mentre frequentavo la triennale a Padova. Seguivo il corso di Grammatica greca e il docente, che aveva insegnato vari anni in Germania, ci convinse che per conoscere bene la storia dei testi classici era fondamentale conoscere il tedesco. Poi sono andata in Erasmus in Germania, a Berlino, ho frequentato i corsi alla Freie Universität e ci sono ritornata in autunno per scrivere la tesi magistrale. Considero Berlino come la mia seconda casa. Il tedesco è una lingua meravigliosa, anche se molto complessa. Ecco perché la Germania, con le sue mille realtà e la sua cultura sfaccettata, è un universo che pochi conoscono davvero. La passione per la lingua tedesca è un interesse che continuo tuttora a coltivare, un po’ per motivi lavorativi e un po’ per motivi personali.

Per circa un anno e mezzo hai anche insegnato e ti occupi, tuttora, di didattica a distanza. La DAD, è stata l’unica soluzione possibile per continuare a fare didattica, ma anche un cambiamento che non è stato (del tutto) preparato, meditato e condiviso. Cosa ti auguri, quindi, per il futuro prossimo della scuola?
Mi auguro innanzitutto che si torni in classe il prima possibile. Sono fermamente convinta che la scuola sia il nerbo vitale della società, non solo perché forma teste pensanti, ma perché forma prima di tutto individui. Spero che nel rientrare in classe si usi l’intelligenza, ovvero che si tenga presente che l’interazione, o meglio, la qualità dell’interazione che si crea in presenza tra studenti e insegnanti, è fondamentale e non può essere vanificata. Si potrebbe pensare a forme miste di didattica, dare la possibilità ai ragazzi di trovarsi in luoghi aperti o di appoggiarsi a quelli messi a disposizione da Onlus e associazioni che promuovono interventi educativi diversificati. Non voglio assolutamente “demonizzare” il digitale, anche perché io stessa lavoro moltissimo da remoto, però penso sia un palliativo. Buona l’idea di poter partecipare a webinar con esperti, meno l’idea di continuare a svolgere lezioni, soprattutto di alcune materie, attraverso uno schermo. Si rischia che il risultato finale possa risultare, poi, falsato.

Sei una donna molto impegnata, che ha lottato per raggiungere i propri obiettivi. Hai per lavoro visitato diversi Paesi, hai mai risentito dei divari di genere nel mondo lavorativo dei quali tanto si parla?
No, mai. Sono convinta che il merito faccia la differenza, sebbene sia consapevole che il gap di genere esista e che sia, in alcuni casi, plateale. Le donne lo sanno e fanno bene a farsi sentire. In Germania, per esempio, una volta finito il lockdown, hanno chiesto il riconoscimento economico di tutto il lavoro immane fatto a casa. Hanno dovuto badare alla famiglia e conciliare l’attività domestica con lo smart working, come in Italia. Purtroppo c’è ancora la tendenza a sottovalutare il lavoro svolto dalle donne e io mi sento fortunata a non aver mai risentito del problema. Sono anche convinta che l’impegno e il sacrificio paghino e se si dimostra di volercela fare, ce la si fa. Sempre.

Cosa ti auguri per il mondo femminile da qui a un futuro prossimo?
Mi auguro che sia sempre più consapevole della sua unicità e che, citando Dante, riesca a “non curarsi di loro”, cioè di chi vorrebbe togliergli terreno, ma si concentri nel fare rete. Fare rete fra donne è fondamentale, in quanto si possono creare dialogo, stima, collaborazione e fiducia reciproca. Spero si punti sul veicolare un’immagine di cooperazione e che rimanga sempre salda in tutte noi la consapevolezza che, se la vita continua, è soprattutto grazie alla donna. È lei a dare vita alla vita. Spero che anche in Italia, come sta già succedendo all’estero, si possa riconoscere alla donna ciò che realmente merita.

Intervista a Giusy Massarini



Giusy Massarini, insegnante di danza, coreografa e direttrice della Scuola di Danza “In Punta di Piedi”. Giusy parla della danza come di una disciplina che richiede costanza, passione e dedizione. Il ballo per Giusy è poesia, è vita. Ha lottato contro tutti e tutto per essere dove è oggi e per realizzare il suo sogno. Se dovessi rappresentare Giusy con una citazione, sceglierei quella di Isadora Duncan che recita così: “Esprimere ciò che vi è di più morale, sano e bello: questa è la missione della danzatrice”.

Giusy Massarini, insegnante di danza, coreografa e direttrice della Scuola di Danza "In Punta di Piedi". So che essere un’insegnante è sempre stato ciò che volevi. È stato difficile raggiungere l’obiettivo?
Mentirei se dicessi il contrario, è stato molto difficile raggiungere l‘obiettivo, perché oltre alle difficoltà che normalmente si possono “incontrare” nella “corsa” per realizzare i propri sogni, nel corso della mia vita sono “inciampata” in molti ostacoli. La maggior parte delle persone non credeva infatti che io potessi, data la mia giovane età, riuscire nel mio intento e ancora oggi la stragrande maggioranza di chi mi conosce, non aspetta altro che vedermi “fallire”. Purtroppo per loro sono troppo forte e cocciuta.

Cosa consiglieresti a chi come te, ha un sogno nel cassetto ma ha timore di fallire?
Sicuramente di avere coraggio, il coraggio di continuare a lottare e sperare. Il coraggio di non arrendersi, non mollare, non lasciare che le difficoltà o frustrazioni della vita rovinino ciò che si desidera realizzare. Fallire fa parte della vita, potrebbe succedere a chiunque, ma non dobbiamo lasciare che la paura di perdere ci impedisca di partecipare, altrimenti avremmo perso in partenza. Non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione durante la nostra vita e dunque per ciò che possiamo dovremmo per lo meno cercare di essere felici giusto? E non mi viene in mente davvero niente di meglio, per essere felici,  che realizzare i propri sogni.

Oltre a te stessa, pensi di dover ringraziare qualcuno per l’essere e l’aver conquistato ciò che sei e hai oggi?
Sì, credo che le persone che maggiormente mi sono state vicino siano senza dubbio i miei familiari. In primis mia madre che, nonostante questa non sia la strada che sperava per me, mi ha comunque affiancata in questi anni, con amore e dedizione. Poi mio padre che per me e per la mia scuola farebbe di tutto e mio fratello, il mio punto di riferimento assoluto. Inoltre sento di dover ringraziare tutti coloro i quali mi hanno sempre seguito e dato fiducia, chi lavora con me, le mie amiche di una vita, i miei allievi che sono ciò che di più bello ho al mondo e i loro genitori che ogni anno mi affidano i loro figli con assoluta fiducia nei miei confronti e mi permettono così di crescere insieme a loro.

Si dice che la danza sia un vero e proprio strumento per svelare la personalità delle persone. Cosa ne pensi a riguardo?
Ci sarebbe tantissimo da dire sulla danza, credo sia il modo migliore per esprimere ciò che si sente. “Fai danzare la tua anima” è una frase che si legge spesso su internet e penso racchiuda ciò che un ballerino prova. Basta ascoltare la musica per iniziare un “viaggio”. Nella mia scuola lavoro molto sulla personalità e su ciò che provano i miei allievi, soprattutto nei corsi con i più grandi cerco insieme a loro di capire, attraverso la nostra arte, i nostri sentimenti e i vari cambiamenti che ci e li accompagnano nelle fasi della crescita.

Sei una donna forte, caparbia con obiettivi ben chiari da raggiungere. Cosa ti auguri per il mondo femminile in un futuro prossimo? Ci sarebbe qualcosa a tuo avviso da cambiare?
Mi sono sempre definita una Mulan piuttosto che una Cenerentola, ho sempre preferito le guerriere alle principesse. Sin da piccola mi chiedevo come fosse possibile che una principessa non facesse nulla per salvarsi, ma solo aspettare di essere salvata dal principe azzurro. Non concepivo e non capisco tutt’ora il ruolo della donna nella società. Certo, abbiamo fatto “passi da gigante”, come la storia ci insegna, ma credo che c’è ancora molto da fare e tanti altri obiettivi da raggiungere. Per un futuro mi auguro di vedere sempre più donne in posizioni di grande rilevanza e credo che, per cambiare ciò che ci circonda, dobbiamo prima cambiare noi stessi; dunque per migliorare la condizione della donna nella nostra società, dovremmo per primi cambiare il nostro modo di pensare ed eliminare del tutto gli stereotipi che, ahimè, ci accompagnano da secoli. 

Intervista a Federico Amal



Federico Amal, Capogruppo di Iniziativa Civica dei Moderati della Città di Lendinara, da sempre impegnato nel sociale e nel mondo del volontariato si racconta a me attraversa questa intervista. Federico oltre a essere un Amministratore è soprattutto una di quelle persone che investe il proprio tempo per e con gli altri. Amal si dona, incondizionatamente al prossimo. Se dovessi "rappresentare" quello che è Federico Amal con una citazione sceglierei quella di Madre Teresa di Calcutta che recita: “Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse quella goccia all’oceano mancherebbe”.

Federico ciao, ti va di presentarti? Chi sei?
Ciao a tutti, mi chiamo Federico Amal e sono un cittadino lendinarese che da vent’anni opera nel settore della pasticceria a seguito del conseguimento del diploma alberghiero. Impegnato da sempre nel mondo del volontariato, dal 2006 ho iniziato il percorso di impegno civico mediante l’Istituzione del Forum Giovani di Lendinara del quale sono stato presidente fino al 2009. Successivamente ho ricoperto vari incarichi nell’amministrazione comunale. Ho la passione per la musica, in particolar modo per la batteria e, tra le varie attività, vivo la vita del Rotary club di Badia-Lendinara.

Ad oggi ricopri il ruolo di Capogruppo di Iniziativa Civica dei Moderati (I.C.M) e sei stato per 5 anni vicesindaco della Città di Lendinara. Cosa significa per te ricoprire e aver ricoperto ruoli così importanti in ambito politico-amministrativo?
Sono dell’idea che ricoprire ruoli nell’ambito politico-amministrativo, debba essere la concretizzazione di una passione che nasce da una vocazione verso il bene comune e il mettersi a servizio della propria comunità. Un mettersi al servizio al di sopra di ogni interesse personale. Questo non vuole essere la classica risposta pleonastica, ma credo veramente in questo valore che, spesso, scaturisce da chi vive o ha vissuto esperienze di volontariato. I ruoli di vice sindaco o capogruppo sono, comunque, meno esposti rispetto a chi ricopre l’incarico di assessore ai servizi sociali, incarico che ho avuto l’onere e l’onore di rivestire dal 2011 al 2019. In quel settore, il più delicato in qualsiasi ambito, capisci quanto le competenze, lo studio e la dedizione siano elementi indispensabili per svolgere al meglio il servizio richiesto. Un’ottima “palestra” propedeutica agli altri ruoli più politici come il capogruppo o vice sindaco. Personalmente penso siano opportunità che richiedono una totale abnegazione se si vuole portare qualcosa di concreto e costruttivo per la crescita della propria comunità. Come ricordo spesso a chi si avvicina a questo mondo, dietro ad ogni foto o articolo di giornale c’è un lavoro e impegno che pochi possono capire.

Sei da sempre impegnato nel sociale, come già da te accennato. Qual è quindi la tua idea di Comunità e che visione hai riguardo la società nella quale viviamo?
Domanda molto complessa che richiederebbe pagine di analisi ma, che sta alla base di qualsiasi attività socio-politica. La comunità è definita come un insieme di persone che hanno comunione di vita sociale e che condividono gli stessi comportamenti, interessi e ideali. Proprio la condivisione degli ideali, che stanno alla base di una società, deve essere il principio che regolamenta la gestione politica-amministrativa di quel territorio. Questi, di fatto, possono essere sia i cardini che tengono unita una comunità nei momenti di difficoltà, oppure il motore di crescita della medesima perché, come recita il famoso detto “l’unione fa la forza”. In questi anni la società ha sviluppato molte sfaccettature (di comunità) per le quali è difficile darle un’immagine netta e ben dettagliata. E’ vero però che l’individualismo dettato da logiche di mercato e l’avvento dei social media, hanno cambiato radicalmente le abitudini e le dinamiche sociali proiettando la consueta struttura collettiva su ben altre situazioni e criticità. Tutto ciò ha chiamato in campo le istituzioni per confrontarsi su problematiche ben più difficili. Penso che la mancanza di visione futura e di speranza sia alla base dei maggiori casi di disagio, da quello giovanile a quello familiare. Ad oggi, però, dovremo capire anche gli effetti sociali di ricaduta a fronte delle misure di quarantena adottate negli ultimi mesi. Misure di restrizione che cambieranno radicalmente logiche e dinamiche pubbliche. Questa sarà la maggior sfida alla quale saremo chiamati. Dare risposte e sostegno in un ambito completamente sconosciuto non sarà sicuramente impresa facile.

La tua formazione e la tua professione ti vedono specializzato in un altro settore rispetto a quello della politica. Come sei riuscito a emergere e a farti conoscere e riconoscere anche in ruoli amministrativi e politici?
Come accade in molti film hollywoodiani, ho conciliato il lavoro di pasticciere, che si svolge nelle prime ore del mattino e nelle festività, con gli impegni amministrativi ai quali ho dedicato i pomeriggi e le serate. Serate e pomeriggi anche molte spesso festivi. Questo tour de force mi ha permesso negli anni di fare la giusta e sudata gavetta, limitando il gap culturale e di competenze frequentando le maggiori opportunità di formazione, da quelle del gruppo politico di appartenenza alle più sociali come quelle della Diocesi, oltre alle esperienze amministrative che di fatto implicano un percorso di formazione intrinseco. E’ per quello che sottolineo sempre la necessità di impegnarsi responsabilmente se si vuole portare un valore aggiunto al proprio percorso personale e professionale che non sia solo di mera visibilità o facciata. La rete relazionale che mi sono costruito negli anni, mi ha portato a conoscere persone e a inserirmi in situazioni che sono state fondamentali e senza le quali non sarei mai riuscito a concretizzare tutto ciò. Di fatto, il gioco di squadra è indispensabile.

Parli spesso, anche attraverso i social, di integrazione tra culture, di differenza di genere, di discriminazioni e di diritti. Tematiche da te molto sentite. Cosa intendi quando parli di integrazione e di discriminazioni?
Il tema è sempre attuale, anche se ci sarebbe la necessità di un approfondimento specifico perché le dinamiche che si sono create nel contesto dell’integrazione e delle discriminazioni sono molto articolate. In sintesi potrei evidenziare che spesso a causare certe problematiche, sono proprio i media che distorcono la realtà amplificando in modo sistematico certi fatti o vicende. In effetti, nell’arco degli ultimi trent’anni molte sono le etnie che sono entrate nel tessuto sociale del nostro Paese. Purtroppo, soprattutto nei primi anni, si è data priorità alla semplice necessità di promuovere la conoscenza della lingua italiana e meno importanza alla condivisione delle regole o tradizioni culturali e sociali, creando di fatto un muro di diffidenza tra le parti. Questo non significa che la persona arrivata debba dimenticare la propria storia, anzi si dovrebbero e si sarebbero dovute creare (fin da subito) le condizioni di conoscenza e di arricchimento reciproco per sentirsi tutti una comunità unita anche nelle differenze. La nuova sfida sarà nella gestione dell’identità delle seconde generazioni in quanto permane e permarrà la propria famiglia che funge da “ambasciata” del Paese d’origine del quale si continua a tenere e a sentir proprio un pezzo di storia e cultura. Storie e culture che spesso sono discordanti con la società che il giovane vive quotidianamente fuori dalla propria abitazione, e che mette in crisi la capacità di adattamento sia da una parte che dall’altra. Un problema particolare è la volontà da parte delle seconde o terze generazioni di perseguire con ogni mezzo la strada dell’inclusione, così da evitare le discriminazioni che spesso accadono soprattutto all’inizio del proprio percorso lavorativo dove viene meno la fiducia nei confronti dei lavoratori di altre etnie. Questo accade anche a fronte di esperienze negative che poi sono entrate nell’immaginario collettivo. In questo caso, proprio la parte femminile della società sta rischiando di esplodere in un disagio che provocherà fratture tra le famiglie e i figli e, soprattutto, minerà la formazione di nuovi nuclei familiari. Oggigiorno i ragazzi e le ragazze, soprattutto attraverso i social, cercano quell’affermazione che nel mondo reale faticano a trovare. Ciò riguarda in particolar modo chi vive in condizione di povertà economica e che, per sopperire alla medesima, decide di costruirsi un avatar per cercare un consenso virtuale. Nel caso delle ragazze, spesso accade (purtroppo) che mettano in “vendita” la propria immagine ricalcando i cliché televisivi. 

Cosa ti auguri per tutte le donne in un futuro prossimo?
L’augurio più sincero che faccio al mondo femminile è la capacità di ritrovare se stesse in un mondo così complicato, valorizzando il proprio ruolo in una società che ha disperatamente bisogno di una Donna forte, con grandi principi e senso di responsabilità. Una Donna che non perda la propria dignità per nessuna ambizione e che riscopra il dono più grande, non venendo meno al proprio e inalienabile diritto di raggiungere obiettivi e successi, che è quello di donare la Vita. Un privilegio che dà un senso all’esistenza umana. Anche in questo caso non dimentichiamo che possiamo essere uniti nelle nostre diversità, senza venir meno al principio universale di uguaglianza.

Intervista a Giulia Callegari



Giulia Callegari è una consulente di comunicazione, marketing strategico e progettista europea. 32 anni e una vita sempre in viaggio, o quasi. Viaggiare è eccitante, formativo, stimolante e avventuroso. Muoversi per lavoro può essere faticoso, ma non per Giulia. Per lei, il viaggio (che sia per lavoro o per piacere personale) è una opportunità di crescita personale e professionale. Le ho chiesto di raccontarsi per me e per voi, proprio per questo motivo: per la sua infinita “sete” di esplorare, di imparare, di formarsi e di scoprire.

Ciao Giulia ti va di presentarti? Chi sei?
Sono Giulia Callegari, abito a San Bellino (RO) ma, mi sento “cittadina del mondo”.
 
Di cosa ti occupi nella vita?
Sono consulente di marketing e di comunicazione, progettista europea e mi occupo anche di formazione. Sono amministratrice del mio paese e presidente di una associazione sportiva.
Quando mi viene posta questa domanda, però, trovo molto difficile inquadrarmi precisamente. Mi aiutano i codici ATECO della ditta che ho avviato da poco meno di un anno e questo non perchè io non abbia le idee chiare, bensì perchè il settore in cui lavoro è in continua evoluzione: ti insegna a osservare e ad ascoltare quello che ti circonda, facendolo tuo, elaborandolo e restituendolo secondo gli obiettivi da raggiungere e la realtà da interpretare. Il mio percorso professionale nasce da un colpo di fulmine. Dopo la maturità artistica, inizio a informarmi sui vari percorsi universitari, visitando gli Atenei non solo veneti, ma anche di regioni limitrofe. Per un susseguirsi di coincidenze, partecipo a un open day in un soleggiato giorno di maggio a Milano presso l'Istituto Europeo di Design, vincendo un progetto sull'organizzazione di un evento dal punto di vista creativo e strategico e quel 17 maggio ha “intonato” il mio percorso non solo scolastico o professionale, ma anche di vita.
 
Sei una Donna impegnata in ambiti lavorativi differenti, come riesci a far combaciare tutto?
Credo molto nell'importanza dell'organizzazione e dell'aggiornamento. Proprio io che fin da piccola eludevo schemi, tabelle, logiche e statistiche ho imparato ad apprezzare le matrici e i diagrammi che in qualche modo, hanno "aiutato" un po' il mio essere errante. Ho così scoperto, che non sono per niente male. Ho imparato, frequentando anzitutto la mia famiglia, gli Scout, le scuole e le Università – sia l'Istituto Europeo di Design che l'Università degli Studi di Torino- , Master e vari mini corsi, a ragionare per obiettivi, ad aver ben chiaro il punto di arrivo e scoprire quanto sia bello il pensiero laterale, cioè quel famoso “pensare fuori dalla scatola”, trovare modi alternativi, diversi, per mettere un punto a una situazione. O forse un punto e virgola, perché non ho mai chiuso porte, situazioni o confini. Potrei riassumere il mio metodo in questo approccio:
chi fa cosa e in quanto tempo;  quali sono i contesti e i ruoli chiave; di quali risorse dispongo, soprattutto umane. Credo molto nel fattore tempo e, ancora di più, nel fattore
umano. Gestisco infatti non solo ambiti lavorativi differenti grazie alla natura trasversale del mio lavoro, ma vivo anche fisicamente in luoghi, città e contesti diversi.

 

Potresti definirti più una meravigliosa gipsy o una travelling person? 
Risponderei in modo diplomatico, dicendo un po' Gipsy e un po' Travel. Inizialmente non conoscevo molto questi stili, filosofie ed etnie ma molte persone che ho incontrato nel mio percorso mi hanno sempre definita “meravigliosa zingara”, “girovaga appassionata” e in me è suonato quel famoso campanellino. Ho vissuto in prima persona quello che spesso insegno, ovvero che impariamo le cose solo nel momento in cui le riconosciamo e diamo loro un nome. Del mondo Gipsy condivido l'attaccamento alle tradizioni e ai valori appresi in famiglia e nella società, oltre che l'estrosità che a volte mi caratterizza nell'abbigliamento, e del mondo Travel, invece, lo stile di vita nomade, di chi ama viaggiare e lasciarsi influenzare da culture diverse, tornando a casa sempre più ricco di incontri, di esperienza e di vita. In camera mia ho sempre una valigia con qualche vestito, il ferro da stiro e il phon per capelli, ma anche una valigetta di colori, pennelli e tela.
Mi sento molto errante, affascinata dalla vita, dai colori, dai sapori, dai ritmi di vita, dal modo diverso e unico di essere cittadini e di approcciare il lavoro.
Per studio, amore e lavoro, ho abitato in quattro regioni diverse: il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e la Calabria. Regioni molto differenti tra loro, sotto tantissimi parametri e che ognuna, a modo proprio, mi ha regalato e insegnato rispettivamente: una genuina impostazione familiare, l'organizzazione e il metodo, la sperimentazione e l'amicizia, il lavoro e una scuola di vita. Penso che il filo conduttore sia l'approccio, la curiosità, l'umiltà e l'incoscienza di mettersi in gioco, rinunciando a molto, ma ricevendo ancora di più.
 

Cosa ti auguri per tutte le donne in un futuro prossimo?
L'augurio che faccio a ogni Donna è quello di non fermarsi, mai. Di sentirsi libere di poter scegliere e di prendere decisioni dettate dalla propria testa, dal proprio cuore, dalla propria pancia. Adattarsi va bene, accontentarsi NO. La propria strada, può essere una pista battuta o un sentiero tortuoso. Ciò che fa la differenza è il modo con il quale accogliamo quello che ci si presenta davanti. Possiamo scegliere se sederci, lamentarci o camminare e magari scoprire delle rinnovate persone, con capacità che non pensavamo di avere perchè, nonostante tutto, se impariamo ad amarci, non potremo mai essere sole, in modo tale da 
“avere alle spalle solamente la chitarre e i ricordi” - Luis Sepúlveda. 
MAI rimpianti.

Intervista ad Alice Sponton



Alice: “Volevo soltanto chiederle che strada devo prendere!”
Stregatto: “Be’ tutto dipende da dove vuoi andare!”


Alice Sponton sa molto bene dove debba andare, adesso. Le ho chiesto di poterle porre qualche domanda perché quando le parlai mesi fa ad un tavolino del centro di Rovigo, quando ancora ci si poteva incontrare, parlare, stringersi le mani e abbracciarsi, mi sembrò di conoscerla da sempre. Pensai che ne aveva di cose da raccontare e che era una di quelle persone che mica si arrendono facilmente. Penso che nella sua storia molte persone si rivedranno e spero, anzi ne sono certa, troveranno la forza per continuare a rincorrere i propri sogni. Sempre, comunque e nonostante tutto. Alice Sponton è una di quelle persone che si sono messe in cammino verso un “qualche dove”, proprio come la protagonista dell’opera di Lewis Carroll: bambina curiosa e intraprendente con infinita voglia di conoscere.


Chi sei, ti va di presentarti?

"Sono Alice. E come nella famosa favola di Lewis Carroll, mi piace, principalmente, meravigliarmi".

Di cosa ti occupi?

"Sono giornalista professionista.
Lavoro per "Il Gazzettino" e mi occupo di cronaca. Per oltre dieci anni ho scritto di rugby, collaborando con alcune riviste di settore e con Opta Sports, la più grande società di elaborazione dati sportivi del mondo con sede a Londra. Nel 2011 Federazione Italiana Rugby e World Rugby hanno scelto il Veneto come sede del Mondiale Under 20 e ho fatto parte del media team. Un'esperienza umana e professionale indimenticabile, con amicizie e insegnamenti che, ancora oggi, porto nel cuore.
Nel 2015, in concomitanza con un grave lutto e un incidente stradale che mi hanno profondamente segnato, ho cambiato pagina, accentando la sfida della comunicazione istituzionale.
Un punto di vista interessante, fisicamente e mentalmente impegnativo che mi ha permesso di capire la strategicità della macchina amministrativa, ma, soprattutto, l'importanza dell'azione politica, che ritengo essere una responsabilità, quotidiana, di ogni cittadino.
Rimasta dopo tanti anni senza lavoro, di punto in bianco, nonostante molte promesse "cadute nel vento", ho fatto tesoro di un lungo periodo di riflessione. Sono tornata al giornalismo e dopo aver frequentato la scuola dell'Ordine, a Fiuggi, a ottobre, qualche mese dopo ho superato l'esame di stato ottenendo l'abilitazione di giornalista professionista".


Cosa hai studiato per arrivare a dove sei ora? Difficoltà ne hai trovate?

"Dico sempre che ho lavorato full time, studiato part time. I due percorsi sono iniziati nello stesso periodo. Alla maturità, quando mi hanno chiesto cosa volessi fare, ho risposto sicura la scuola di giornalismo della Rai, a Perugia. Poi, in seguito a un test attitudinale presso una prestigiosa università, risultavo predisposta alle materie giuridiche. A quell'epoca ho compiuto una scelta razionale e ho optato per giurisprudenza. Nulla da dire sulla preparazione e sul metodo, ma non ci siamo mai amate e le difficoltà sono state di ogni genere.
Non ci credevo più e penso che, anche chi era intorno a me, mi considerasse ormai la classica fuori corso che non avrebbe più raggiunto la meta.
Invece la laurea è arrivata, in un periodo in cui lavoravo 15 ore al giorno e, solo nel week end, scrivevo la tesi sulla diffamazione a mezzo social network, ascoltando Raffaella Carra' e Fabrizio De Andrè per concentrami. Col sennò di poi, ho fatto bene a lavorare e studiare insieme?
Non lo so, ma ho cercato di fare del mio meglio. Di sicuro ho sbagliato a rinunciare all'Erasmus a Parigi, concomitante con una proposta lavorativa che ritenevo importante. Se oggi qualcuno mi chiedesse consigli sulla scelta universitaria direi solo di seguire il cuore. Ogni mercato è saturo, credo la differenza, come in ogni ambito, la facciano le persone, le relazioni, la volontà di spingersi oltre il limite e il saper resistere alle avversità.

Cosa significa per te essere chi sei diventata oggi?

"In primis ho imparato a non identificarmi con un lavoro.
È drammatico e porta a perdere di vista sè stessi. Giorno dopo giorno, sto diventando la donna che voglio essere. Ho deposto l'ascia di guerra rispetto ad alcune fragilità. Fanno parte di me e le tengo strette. Diverso è che qualcuno ne abusi per farmi del male. Per questo ritengo sia fondamentale lavorare su di sè per raggiungere la consapevolezza dei propri mezzi, confrontarsi, allargare le proprie visioni. E gettare il cuore oltre l'ostacolo, assecondando la propria natura, senza porsi limiti, nel rispetto degli altri.
5- C’è qualcuno che ti senti di ringraziare per quello che sei e che (magari) non sei?
La mia famiglia di sangue e di cuore. In particolare mia nonna, che non c'è più, e che è stata la persona che più ha creduto in me. Ai miei preziosissimi insegnanti dall'asilo alle superiori, veri e propri mentori. Anche quello che mi disse "cosa ne sai tu di rugby per scrivere sul giornale?".
Ringrazio anche le esperienze negative che ci sono nella vita di tutti, dalle delusioni ai tradimenti: mi hanno permesso di capire quale direzione prendere e le persone migliori di cui circondarmi.


Come ti vedi tra 10 anni?

"Fedele a me stessa. E Impegnata socialmente, perché se qualcosa non ci piace o vorremo migliorarlo, il primo passo dipende da noi".

Cosa ti auguri per tutte le donne in un futuro prossimo?

"Il 2030 è alle porte e come prevede l'agenda ONU, il gender gap, va azzerato. Penso sia necessario, concretamente, fare la propria parte, in base alle possibilità di ognuno.
Parlo di mutuo aiuto, meritocrazia e supporto tra le donne, maggior spazio all'empowerment femminile, ma anche a modelli familiari che possano equilibrare il tempo che i genitori dedicano ai figli. Non posso non pensare a temi che riguardano la violenza sulle donne dal femminicidio ai reati a mezzo social network, come il recente episodio di revenge porn su Telegram.
Ma la visione va allargata e contestualizzata non solo al mondo occidentale.
Ogni realtà ha connotazioni culturali proprie, ma i diritti fondamentali, ormai, è tempo che vengano acquisti da tutte e permettano alle donne di diventare ciò che vogliono essere.
Serve un impegno costante e collettivo, che coinvolga, innanzitutto l'educazione scolastica per cui le nuove generazioni acquisiscano un mindset diverso e le distinzioni tra uomo donna restino solo un ricordo figlio del passato retaggio culturale. Oggi la parità è una necessità per affrontare, al meglio, le difficili sfide che il mondo è chiamato ad affrontare. Mai come in questi giorni di pandemia globale siamo invitati, ognuno con la propria visione e conoscenza a fare sistema, per il bene futuro. E non ci viene chiesto se siamo uomini o donne, ma ci viene chiesto di essere persone capaci, preparate e all'altezza della situazione. Senza distinzioni".

Intervista a Magda Mantovani





Magda dopo aver visto il mio video di presentazione della nuova "anima" del blog ha preso coraggio e mi ha scritto.

Talmente significative le sue parole che fin da subito non ho avuto dubbi nel pubblicare la sua storia e dare a Lei la possibilità di condividere con me e con Voi un po' di quel tormento che porta dentro di sé da tanto tempo.

Chi sei e di cosa ti occupi? 

Sono Magda Mantovani, nata a Rovigo, e residente a Badia Polesine. Da sempre lavoro nell'ambito amministrativo e commerciale, inizialmente alle dipendenze di alcune aziende della provincia di Rovigo, mentre oggi sto dando seguito al lavoro di mio padre realizzando un e-commerce che porti avanti la sua passione e la sua esperienza nel settore termo-idraulico. Dal 2018 sono anche Consigliere Comunale nel mio paese, Badia Polesine, occupandomi di politiche giovanili e assistenza sociale e culturale aiutando l'assessore di competenza.


Cosa ti ha spinto a scrivermi e ad avere voglia di raccontarti?

Mi sono sentita di scriverti perché nel 2012 sono diventata mamma di uno splendido bambino di nome Thiago. Questa esperienza mi ha dato modo di scoprire, che quella che tutti chiamano famiglia, non è sempre sinonimo di felicità. A volte questa felicità può trasformarsi, come nel mio caso, in un incubo. Dopo un mese circa dalla nascita di mio figlio, precisamente nell'agosto del 2012, il padre prese la decisione di lasciarmi sola con il mio bambino perché per lui c'erano altre priorità, poco affini a far nascere e crescere una famiglia.Oltre a sentirmi offesa nel vedere la pochissima importanza data dal mio ex compagno per suo figlio, subendo inoltre le conseguenze della depressione post-partum, dell'allattamento e del lavoro, mi sono detta: "Devo portare il mio caso in tribunale"!Da lì iniziai il mio turbolento iter giudiziario, ove mi sentii abbandonata anche dalla giustizia, che ritengo non abbia realmente preso coscienza della situazione che stavo vivendo anche alla luce di denunce che davano conferma del mio disagio.Al riguardo ricordo una frase che mai dimenticherò pronunciata da un rappresentante della giustizia: "Siamo qui per tutelare un minore, no per sentire cos'ha subito lei".In quel momento presi tutta la forza che solo una Madre può avere e mi dissi: "Fai la cosa buona e giusta per Thiago, Magda".Concluso l'iter, ora, ho una sentenza che mi tutela dal punto di vista legale ma che ritengo essere ingiusta in quanto a mio avviso non tutela me, come Mamma, e nemmeno mio figlio. Questa è una breve descrizione di sei anni di turbamenti continui al termine dei quali ritengo non sia stata fatta giustizia.


Cosa ti sentiresti di dire alle donne che, si ritrovassero o già si trovano nella tua stessa situazione?

Auspico che la mia testimonianza possa aiutare altre donne come me nel non sentirsi sole.Noi mamme siamo delle guerriere e lo dimostriamo anche nella quotidianità, per questo non dobbiamo perderci d'animo ma trarre la forza nella cosa più importante che abbiamo: i nostri figli.Loro, insieme all'affetto di familiari e amici, sono la forza vitale che ci permette di reagire sempre e comunque anche davanti ad ingiustizie, dolori, soprusi e violenze di vario genere. 


Cosa significa per te essere Mamma?

Essere mamma racchiude tutte le doti e le qualità che solo noi donne possiamo avere. In quella breve parola si racchiude un'immensità di talenti che generalmente vengono sintetizzati con la parola "problem solving", doti che nessun master ti insegna ma che trovi innate dentro di te. Quando diventi mamma si accentuano le qualità d'animo come la sensibilità, l'umanità, l'umiltà e la bontà.

Cosa ti auguri per te stessa?
Auguro a me stessa di avere una buona salute e di continuare a credere nell'amore, ma soprattutto mi auguro di essere un esempio per mio figlio che amo più della mia vita.


Come vedi il ruolo della Donna oggi?

La donna per me oggi è ancora sottovalutata come anche le sue potenzialità, basti pensare che nel mondo del lavoro a parità di impiego tra uomo e donna, il 17,9% delle donne percepisce una retribuzione inferiore, per non parlare del numero di feminicidi. A tutto questo si aggiungono le violenze, fisiche e verbali, tenute nascoste.Ricordiamoci che le cattive parole alle volte possono uccidere più di un'arma. Mi auguro che in futuro crescano sempre più associazioni di aiuto per donne sole o soggette a violenza e che si ascoltino di più le segnalazioni e le richieste da parte di queste donne alle forze dell'ordine. Auspico inoltre che la giustizia prenda decisioni anche valutando "il lato umano" dei singoli casi, perché potremmo ritrovarci tutti nella medesima situazione.





“IO CHE NON VIVO”: Intervista al regista Emilio Milani




Nella Sala Nobile della Biblioteca G.Baccari di Lendinara, il giorno 21/12/2018 ho avuto l'onore di intervistare il regista Emilio Milani.

“IO CHE NON VIVO” è il titolo dello spettacolo realizzato dalla Ass.ne Culturale Zagreo in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne, in collaborazione con il Comune di Canda e la Biblioteca Comunale. 

Una performance di teatro-danza realizzata da sei donne non professioniste tranne una che è semi-professionista, di età compresa tra i 21 e 70 anni. Donne con esperienze di vita, corporeità e caratteri totalmente differenti. Un lavoro sinergico tra quanto scritto dall'autore e quanto le ragazze hanno voluto e potuto dare. 

Emilio Milani, il regista-autore, è il legale rappresentante dell’associazione, che si occupa di progetti di teatro-educazione, regia, musiche e preparazione testi. La realizzazione dello spettacolo è nata da una attenta e approfondita ricerca, iniziata con la visione di alcune tragedie greche, passando attraverso opere di Shakespeare arrivando all'ascolto di canzoni di musica leggera italiana nelle quali ha riconosciuto la “consapevolezza del possesso” portata alla sua conoscenza da un articolo scritto da una psicoterapeuta che sottolineava il “possesso” come un atteggiamento propedeutico alle varie forme di violenza, anche verso le donne. 

Proprio attraverso le canzoni si è formato il percorso poi esplicitato. Tra queste, “Io che non vivo” di Pino Donaggio, che ha dato il titolo alla performance, “Ma dico ancora parole d’amore” di Sergio Endrigo e per finire “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini. 

Un grande spettacolo realizzato in meno di 20 giorni con tre prove totali. Già dalle prime battute è nata spontanea una discussione attiva sulle tematiche, via via più forte nel percorso di realizzazione. Una tematica affrontata facendo passare emozioni senza scadere nella “moda”, e talmente intensa da segnare le protagoniste dello spettacolo a tal punto da essersi sentite vittime di una violenza, per fortuna, mai subita. 

Un finale nel quale il regista Milani, cantando “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini, ha provato la sensazione di immedesimazione. Si è calato nel ruolo femminile provando a capire cosa avverta la donna vittima di violenza e nel contempo ha preso coscienza delle potenzialità dell’uomo e dello sforzo immane che deve fare perché non prevalga la parte dominante. 

Il regista Milani ha dichiarato l’emozione provata nella stesura del testo per il quale si è estraniato dalla vita normale per immaginare un “perché”. Il finale è stato caratterizzato da una conversazione con il pubblico. Data l’intensità dello spettacolo e per sensibilizzare maggiormente sull'argomento, incentivando il lavoro di autocoscienza una delle ragazze ha auspicato a un percorso itinerante della performance.




Foto di Lodovico Ottoboni

Intervista a Valentina Noce


Nella cornice prestigiosa di un'enoteca di Rovigo, sorseggiando un buon calice di vino rosè (scelto non a caso), ho avuto il piacere e l’onore di intervistare Valentina Noce, una Donna libera di fare, di essere e di pensare.

Valentina Noce è una Avvocata del Foro di Rovigo, si occupa principalmente di diritto civile, ha una formazione dedicata al diritto di famiglia, alla tutela dei diritti civili e alle Pari Opportunità, per cui è fortemente impegnata in temi delicati quali la lotta alla violenza di genere e le discriminazioni in ambito lavorativo.

Per il quadriennio 2015-2018 ricopri la carica di Presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati. Cosa si intende a tuo avviso, Pari Opportunità?
Le Pari Opportunità sono un principio giuridico che si rinviene nella nostra Costituzione agli articoli 3, 37, 51 e 117. Tale principio si rileva anche in ambito sovranazionale in particolare agli artt. 21 e 23 della Carta dei diritti fondamentali dell’uomo che sanciscono il divieto di ogni discriminazione e la parità tra uomo e donna. L’Unione Europea è ricca di azioni positive per evitare le discriminazioni ed incentivare la partecipazione femminile nella società civile, politica ed economica in genere. Punto di riferimento normativo è anche il "Codice delle Pari Opportunità" (D.lgs. 198/2006), recentemente riformato dalla Legge di Stabilità, che riconosce più ampie tutele alle lavoratrici e ai lavoratori che denunciano discriminazioni per molestia o molestia sessuale. Le Pari Opportunità in sé conglobano le differenze relative a disabilità, preferenze sessuali, preferenze religiose, politiche (…); quindi molto più ampio è il raggio di interesse rispetto alla mera differenza di genere.

Donna e società: il ruolo della donna è veramente mutato nel corso degli anni? Come vedi inserita la donna all'interno della società in prospettiva futura?
Nel futuro vedo un ruolo importante della donna, non solo per la raggiunta superiorità numerica rispetto ai colleghi uomini, ma perché la donna rappresenta un fattore chiave nella crescita economica e sociale della società. Fin dai tempi più antichi, però, diverso è stato il suo ruolo sociale rispetto a quello dell’uomo. Questo viene dimostrato dalle numerose conquiste – in tutti i settori - che ci hanno viste protagoniste nel corso della storia, come il riconoscimento del diritto di voto che avrebbe dovuto essere automatico come accade e come è sempre accaduto per gli uomini. Tuttora, come donne siamo escluse da tantissimi ruoli nella società, mi riferisco soprattutto alle posizioni apicali: il livello superiore non ci vede quasi mai vere protagoniste. Nella stanza dei bottoni ci sono sempre gli uomini e se non ci fosse la legge 120/2011 Golfo-Mosca sulle cosiddette “quote rosa”, che auspica di raggiungere l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli che sinora hanno limitato l’accesso delle donne a ruoli di comando, favorendo un processo di rinnovamento culturale a supporto di una maggiore meritocrazia e di opportunità di crescita, non so quante donne attualmente ricoprirebbero ruoli decisionali nei consigli di amministrazione delle società quotate e partecipate. Da indagini effettuate negli ultimi anni gli incarichi di rappresentanza uninominale comunque appartengono a uomini. Le donne grazie alla legge Golfo-Mosca entrano nei collegi, nei consigli, ma mai da presidenti. 

Cosa si può fare quindi per cambiare questa realtà? C’è speranza di “progresso”?
Se si vuol parlare di progresso bisogna parlare di rappresentanza di genere, anche se bisognerebbe poter parlare di merito come accade nei paesi del Nord Europa, dove la rappresentanza femminile è pari se non superiore a quella maschile. Per arrivare a ciò bisogna creare le basi per un’effettiva equità. Questo lo attesta anche la dichiarazione resa ultimamente dal Rettore della Normale di Pisa, sull'avanzamento di carriera nelle Università, che ha messo in luce difficoltà, luoghi comuni e “resistenze” che nell'ambito accademico colpirebbero le candidate donne. Qualcosa è cambiato certo, però se non si cambia il sistema culturale non cambierà realmente mai nulla. Bisogna partire dall'educazione, dalle famiglie e dall'insegnamento. E’ solo cambiando la cultura di genere che si può auspicare ad una reale trasformazione. 

Esistono strumenti per le professioni d’aiuto? Come ti approcci alle cosiddette “fasce deboli”?
Gli strumenti giuridici esistono, ma la cosa più importante è l’impegno trasversale. Quando le persone arrivano a chiedere il mio aiuto, come avvocato, la violenza purtroppo è già in atto da tempo. Quello che è importante è prevenirla e rendere consapevole chi si ha davanti di cosa sia violenza. Molte volte chi si rivolge a me, tende a giustificare e non vuole denunciare. Le giustificazioni non possono diventare alibi. Occorre denunciare perché si attivi la rete (centri antiviolenza, autorità giudiziaria, supporto psicologico e assistenza legale) attorno a chi è vittima di violenza. Segnalo anche che, quasi all'unanimità, con 257 voti a favore, il Senato ha approvato recentemente un disegno di legge che istituisce una commissione d'inchiesta monocamerale contro il femminicidio. Un’ottima notizia che auspico rappresenti un punto di svolta. E’ importante inoltre a mio avviso, il far sorgere centri che si occupino della presa in carico di uomini autori di comportamenti violenti, anche con l’obiettivo di incoraggiare gli stessi a riflettere su come essi si relazionino con la partner o con i figli e a non perpetuare dinamiche relazionali sbagliate. E’ importante creare il cambiamento partendo dalla relazione, rendendo “sana” quest’ultima. L’educazione alla relazione è fondamentale.

A fronte di ciò, per concludere, cosa ti auguri per tutte le donne in un futuro prossimo?
Mi auguro imparino a fare squadra. Non è vero che l’invidia è femminile. E’ uno stereotipo da smontare. L’indivia è un sentimento comune a uomini e donne, la differenza sta nel fatto che le donne da sempre sono state rilegate a ruoli marginali della società e sono state ritenute invidiose di quello a cui non potevano accedere. Solo negli ultimi periodi, la donna si sta affacciando al mondo sociale, civile, economico e imprenditoriale e deve imparare a collaborare soprattutto con le altre donne per contribuire positivamente al miglioramento della società.


Possiamo chiudere con un brindisi di questo vino rosé alle donne: “se il futuro domani sarà più roseo, sarà solo grazie alle DONNE”.